Vivendo in un' isola, ho sempre associato l' idea di viaggiare all' attraversamento del mare, barriera naturale che ci divide dal resto del Mondo. Quando ero piccolo la traversata si faceva in traghetto, raramente si usava l' aereo, costava troppo, ed era riservato ad occasioni eccezionali. Col tempo sono cambiati i costumi e attraversare il Mediterraneo è diventato molto più semplice.
La prima volta che solcai il mare avrò avuto non più di 14 anni, e accompagnato da mio fratello maggiore, andai a trovare mia sorella che viveva in Veneto. Fu emozionante salire sulla scaletta di ferro, coricarmi in terra sul ponte interno per passare la notte, sbarcare a Civitavecchia e salire subito sul trenino che da dentro il porto ci condusse fino alla stazione Termini. E poi ancora un lungo viaggio nei vecchi vagoni delle ferrovie dello stato percorrendo l' Italia da sud verso nord, per giungere a Vicenza, dopo aver visitato le stazioni di Firenze, Bologna, Parma, Padova. Dal finestrino vedevo il paesaggio che cambiava continuamente: colline, pianura, montagna, tunnel e poi la neve.
Rientrato a casa, mi ripromisi che avrei viaggiato ancora, mi immaginavo di percorrere le strade italiane, europee, americane, con un grosso zaino sulle spalle, il pollice sollevato per fare l' autostop e tanta, tanta voglia di avventura.
Mia madre ha sempre detto che i soldi spesi per viaggiare sono soldi ben spesi, perchè viaggiare è un' esperienza essenziale nella vita. Del resto la vita stessa spesso viene rappresentata come un viaggio, il lungo viaggio della vita.
Crescendo, il viaggio è rimasto una costante nella mia vita. Quando posso, quando l' occasione è propizia, senza indugio, riempio una valigia e vado.
Tra le tante esperienze di viaggio, una mi ha segnato in modo particolare.
Era il mese di marzo del 1996, mi imbarcai per Civitavecchia per passare qualche giorno a Roma da turista. La nave lasciò il porto di Cagliari alle 18,00 come ogni giorno. Le condizioni meteorologiche non erano molto confortanti. Pioveva dal mattino presto, la visibilità era ridotta e il mare molto agitato, come me in quel momento. Alle 20,30 il traghetto oltrepassava l' Isola dei Cavoli, al largo di Villasimius e procedeva nella sua tratta consueta ma, forse a causa del mal tempo, forse a causa delle esercitazioni militari che si stavano svolgendo qualche miglio più al largo, la rotta fu modificata, e all' improvviso la nave si trovò a ridosso dell' isolotto di Serpentara.
Io mi trovavo in cabina e all' improvviso sentii un boato fortissimo. <Cosa è stato?> mi chiese Manuela <niente> risposi <il mare è molto agitato, dev' essere stata un' onda che si è infranta sulla prua>. Un attimo dopo si sentono rumori di gente che corre, sentii urlare <uscite tutti dalle cabine! fuori tutti> Non capivo cosa stesse succedendo, ma per non far agitare Manuela, mantenni la calma. Pensavo che i giovani militari che viaggiavano su quella nave stessero divertendosi, con quel vociare, ma poichè i rumori dei passi, non cessavano, decisi di andare a dare uno sguardo.
Capii subito che era successo qualcosa di anomalo, tutti indossavano i giubbini di salvataggio. Mi recai sul ponte all' esterno e rimasi senza parole vedendo un' enorme roccia che sovrastava la nave. Chiesi cosa fosse capitato e mi risposero che ci eravamo incagliati sugli scogli, poi capii che non erano scogli ma era proprio l' isola di Serpentara.
Pare che per motivi non meglio chiariti la nave avesse deviato dalla sua rotta abituale e forse a causa del maltempo o di una manovra sbagliata, si trovò a ridosso dell' isola senza possibilità alcuna di evitarla.
Fu l' inizio di una lunga notte di attesa. Non era possibile scendere dalla nave, il mare era troppo agitato, le scialauppe di salvataggio pare che avessero gli ingranaggi bloccati e non era possibile metterle in mare. Dopo alcune ore di attesa e di ansia, un' altoparlante ci invitò a rimanere nei punti di ritrovo, a non sostare nelle cabine e di attendere le istruzioni dal comandante.
Per non rimanere senza far niente andai a prendere la macchina fotografica e cercai di catturare quelle che secondo me potevano essere le immagini simbolo di quella emozionante avventura. Dopo diverse ore di attesa in cui non accadde assolutamente niente, finalmente sentii dei rumori di altre navi che si stavano avvicinando. Andai sul ponte e vidi a poca distanza una piccola imbarcazione con un grosso faro che illuminava il tratto di mare che ci separava da essa. Qualche tempo prima avevo letto un libro che parlava di naufragi e di imbarcazioni che solcavano i mari alla ricerca di navi alla deriva che consentivano, con le operazioni di recupero, grandi guadagni economici: penso che da quella piccola imbarcazione che ci illuminava, stessero contrattando con il capitano per assicurarsi le operazioni di recupero del...relitto, una volta terminate le operazioni di salvataggio di tutti i passeggeri e dell' equipaggio. Ad ogni modo, vedere quella luce li vicino, mi dava un senso di sicurezza < sono venuti a salvarci> pensavo.

Ben presto fu giorno e riuscii a vedere che una grossa gomena teneva legate l' imbarcazione che ci illuminò durante la notte e la nostra. Si erano aggiudicati il recupero.
Presto l' altoparlante informò che si stava per procedere alle operazioni di salvataggio, prima gli anziani, poi le donne e i bambini. Invitavano i nuclei familiari a stare insieme in modo da evitare di perdersi di vista.
Andai sul ponte per vedere le procedure di sbarco. Rimasi impressionato: da una porticina sul fianco della nave, venne calata una scaletta di corda, un gommone si avvicinò alla scaletta e pian piano le persone si calavano, una per volta, sul piccolo gommone. Poi il gommone si allontanava e le persone venivano trasbordate su un' imbarcazione della guardia costiera che li portava fino a un mezzo anfibio militare che infine li trasferiva a bordo della nave San Giusto. Lo sbarco era molto lento, uno per uno i passeggeri si calavano sul gommone, non senza qualche pericolo, come quando la corrente allontanò improvvisamente la piccola imbarcazione e si sentì gridare <Torni su, per carità, torni subito su>

E fu solo per la prontezza di riflessi degli addetti al salvataggio che nessuno finì in acqua. Tornai da Manuela che era rimasta al punto di riunione, piuttosto agitata. Le spiegai come avremmo dovuto scendere dalla nave, omettendo i particolari più pericolosi e cercando di rassicurarla sul fatto che tutto si svolgeva nella massima sicurezza.
Finalmente arrivò il nostro turno, eravamo davanti alla porticina e solo uno dei due poteva scendere, il gommone era pieno, vidi il terrore negli occhi di Manuela, non voleva che la lasciassi sola. <noi siamo insieme, aspettiamo il prossimo turno> dissi. <d'accordo, però sbrighiamoci> rispose l'addetto alla scaletta e fece passare avanti un uomo che ringraziò, felice di poter abbandonare finalmente la nave.
Finalmente ci calammo lentamente giù per la scaletta sul gommone, ci aggrappammo all'imbarcazione della guardia costiera, salimmo sull'anfibio che finalmente ci portò in salvo sulla San Giusto, dove venimmo accolti come naufraghi: coperte, da bere da mangiare. Durante il trasferimento da una barca all'altra, sentii che alla radio invitavano ad accelerare le operazioni perché la nave stava imbarcando acqua dal portellone posteriore. In quel momento, quando ormai il peggio era passato, scaricai tutta la tensione accumulata e gli occhi mi si riempirono di lacrime: mi rendevo conto solo allora del pericolo che avevamo passato.